La cannabis Light e il parere espresso dal Css (Consiglio superiore della sanità)

La cannabis light è stata ultimamente oggetto di discussione a causa del parere espresso dal Consiglio superiore della sanità e per le limitazioni alla vendita imposte dal verdetto depositato il 30 maggio dalla Cassazione: “La coltivazione è consentita senza necessità di autorizzazione ma possono essere ottenuti esclusivamente prodotti tassativamente elencati dalla legge: possono ricavarsi alimenti, fibre e carburanti ma non hashish e marijuana”.

Quali sono le sue caratteristiche?

La cannabis legale italiana, o cannabis light, è una tipo di infiorescenze di cannabis  prodotta e certificata come “a basso tenore di THC” , ossia inferiore allo 0,2%, con una tolleranza fino allo 0,6%.

Il contenuto di cannabidiolo, CBD, non presenta invece limiti legali, perché non considerata sostanza psicoattiva e con una buona tollerabilità.

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Come si espresso il Consiglio superiore della sanità su questa sostanza e quali sono le motivazioni?

Come annunciato dalla ministra della salute Giulia Grillo: “Il precedente ministro della Salute il 19 febbraio scorso ha chiesto un parere interno al Consiglio superiore di sanità (Css) sulla eventuale pericolosità per la salute di questa sostanza. Il Consiglio si è espresso il 10 aprile scorso” e ha chiesto di fermare le vendite della ‘cannabis light‘, perché “non può esserne esclusa la pericolosità “. 

Il parere riguarda la marijuana legale, cioè quei “prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa” (con livelli di Thc inferiori allo 0,2 per cento) in vendita nei ‘canapa shop‘ diffusi in tutta Italia.

Secondo il Css, è necessario attivare “nell’interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione, misure atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti

I rischi per la salute, spiega il Css, riguardano  il Thc (tetraidrocannabinolo), principio attivo dei cannabinoidi: “La biodisponibilità di Thc anche a basse concentrazioni non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili”.

Essendo il THC lipofilo, una volta assorbito, si distribuisce soprattutto negli organi che hanno concentrazioni significative di grasso. E’ il motivo per cui penetra rapidamente nell’encefalo attraverso la barriera emato-encefalica.

La sua capacità di sciogliersi nei grassi provoca un suo accumulo nell’organismo, con persistenza per svariati giorni, influenzato anche da fattori personali quali il metabolismo e il sistema di escrezione.

Il tempo di dimezzamento del THC varia tra 0.8 e 9.8 giorni. Questa eliminazione lenta tende ad intensificare l’effetto dei cannabinoidi. Ad esempio, l’assunzione giornaliera di 125 ml di olio di Canapa o 300 g di semi di Canapa corrisponde all’assunzione di 0.6 mg di THC, con conseguente positività del test delle urine, che non deve superare i 50 ng/ml di principio attivo. Ciò comporta problemi di carattere tecnico, come segnalato da Carlo Locatelli, Past President della Società Italiana di Tossicologia (Sitox): “Questo, va da sé, pone un problema per lavoratori, candidati in verifiche per le patenti e per il cittadino in generale”.

In una sua intervista inoltre dichiara che “Il business di prodotti “alla marjuana” promuove, di fatto, l’avvicinamento del cittadino a uno stupefacente. Tecnicamente non tale alle concentrazioni alle quali è venduto a tutt’oggi, ma che lo può diventare facilmente senza possedere un laboratorio chimico. Inoltre se si crea oggi desiderio, richiesta, mercato, nei confronti di un prodotto “light” – spiega Locatelli – è facile che domani la stessa tipologia di consumatori ricerchi lo stesso prodotto ma “migliore”, ovvero hashish e marjuana a concentrazioni di THC pericolosi per la salute”.

Un altro punto sottolineato dal Consiglio superiore della sanità è “il rischio al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni, quali ad esempio età, presenza di patologie concomitanti, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione, così da evitare che l’assunzione inconsapevolmente percepita come ‘sicura’ e ‘priva di effetti collaterali’ si traduca in un danno per se stessi o per altri”.

Ma che effetti può provocare questa  sostanza? Secondo Vincenzo Di Marzo, direttore dell’Istituto di chimica molecolare del Cnr, noto esperto nel settore, non è facile fare ipotesi. Il contenuto di Thc dichiarato è effettivamente molto basso – spiega Di Marzo – per fare un paragone, le sostanze che venivano fumate negli anni ‘60 e ‘70 contenevano tra il 2 e il 4% di Thc, mentre le erbe moderne più potenti, come la skunk, superano il 20%”. “Esiste però una forte variabilità individuale nella risposta alla sostanza, e una certa differenza legata alla modalità di assunzione della sostanza, che rendono difficile dare una risposta univoca”, “Molto dipende inoltre da come si misura il contenuto di cannabinoidi. Nella pianta infatti non sono contenuti in forma attiva, ma in una non attiva, o carbossilata, che non produce effetti sul sistema nervoso. Il passaggio alla forma non carbossilata avviene con l’essiccamento e il riscaldamento, e quindi bisognerebbe essere sicuri delle percentuali di Thc in forma attiva presenti al momento del consumo, che spesso prevede il riscaldamento della sostanza, per poter ipotizzare i possibili effetti sul sistema nervoso”. Infine conclude Di Marzio, “non esistono molti studi sulla farmacocinetica del Thc, ed è quindi difficile comprendere in che modo influenzerebbe l’organismo il consumo ripetuto di tanti spinelli contenenti bassissime quantità di Thc, rispetto all’utilizzo di dosi minori di sostanza più concentrata (tipico del consumo ricreativo attualmente illegale)”.

Per  quanto riguarda il  cannabidiolo invece la situazione è più definita. E’ una sostanza perfettamente legale, di cui sono accertate le capacità antiansiolitiche e l’ottima tollerabilità. “Gli studi effettuati fino a oggi dimostrano che ha pochissimi effetti collaterali, anche a dosi estremamente elevate, molto più alte di quelle presenti nella cannabis”, sottolinea l’esperto.

Sulla base di quanto scritto, non sarebbe più onesto dire “ Lasciatemi fare una piccola canna ”, anziché aggrapparsi a scuse come quella del trattamento  personalizzato ansiolitico o antidolorifico, senza un controllo medico?

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