Quale deve essere il ruolo del genitore?

E’ giusto che un genitore si comporti da amico con il proprio figlio?

Per Paolo Crepet no. Secondo lui, infatti, le attuali problematiche dei giovani derivano per la maggior parte da genitori che hanno preferito il ruolo dell’amicone: ” Quando il buonismo educativo è così pregnante, non va bene. Noi non abbiamo più figli, ma piccoli Budda a cui noi siamo devoti, per cui possono fare tutto. Scelgono dove andare a mangiare, in quale parco giochi. Siamo diventati genitori che dicono sempre di si. Ma questo è sbagliato. Quando diventeranno grandi ci sarà qualcuno che gli dirà di no. Magari alla prima frustrazione amorosa. Magari al primo lavoro. I genitori vanno al primo incontro di lavoro del figlio di 26 anni. Poi c’è gente che non manda i figli all’Erasmus perché fa freddo. Sono un disastro questi genitori. Non possiamo generalizzare, ma in molti casi è così”


“Coraggio è far rispettare il proprio ruolo, mantenersi a distanza aprendo al dialogo. Insomma, abbiamo bisogno di genitori sicuri, che non siano amici dei propri figli ma padri e madri autorevoli ed inflessibili”.
Paolo Crepet

Agli inizi del 2018 ho pubblicato il libro Anime Fragili, ed.Edito; nei diversi paragrafi dedicati alla musica, ai giochi, al cinema, ai fumetti, alla moda e a internet, ho riportato quali messaggi si nascondono dietro a una facciata apparentemente innocente. Lo scopo era di aprire gli occhi agli educatori e in particolare ai genitori su una realtà che se non si conosce non si può combattere.

Nelle conclusioni ho chiesto a ragazzi di età e quindi di generazione diversa di esprimere il loro parere su quanto scritto, che penso sia utile far conoscere anche a chi non ha avuto modo di leggerlo.

STEFANIA: 29 ANNI

Fin dall’antichità le mamme nascondevano i propri figli al riparo dentro le caverne e accendevano i fuochi, sia per allontanare le fiere sia per rendere meno buia l’oscurità.

Che cosa succede, però, se i nemici si celano proprio nei meandri nascosti della caverna? E’ ciò che succede nelle famiglie di oggigiorno. Forse anche all’epoca occorreva rendere domestica la caverna, stanando ragni e serpenti, ma come difendersi quando questi possono entrare indisturbati, perché non osservati? Fuor di metafora, per quanto cerchiamo di tutelare noi stessi e soprattutto i nostri figli dal “male”, i mezzi con cui questo s’insinua sono diventati sempre più subdoli.

La disponibilità d’internet ha indiscutibilmente dato la possibilità di avere il mondo nella propria stanza, a portata di un click, nella sua interezza, nel suo lato illuminato dai raggi del sole e in quello avvolto dalle tenebre.

Una volta i genitori potevano tutelare i propri figli suggerendo posti in cui era meglio non andare, compagnie da evitare, comportamenti da non assumere; quando le strade diventano siti navigabili segretamente, gli amici conversazioni cancellabili o protette da password e i comportamenti frasi oscurabili, il mestiere di genitore diventa un misto tra uno psicanalista junghiano e un agente segreto al servizio di sua maestà.

Se anche facessimo buon uso dello strumento che ci è fornito, la possibilità di avere a disposizione tutta la conoscenza in un’età in cui non si è ancora costruito un filtro con cui interpretarla, senza un mentore che ci aiuti a rinsaldare le nozioni mattoncino su mattoncino, può essere controproducente.

La mia non è una tirata pro-oscurantismo, anzi; ma le scuole e tanti anni passati sui libri, con professori noiosi che ci ripetono concetti noiosi, serviranno pure a qualcosa?La risposta è no, non ad avere un pezzo di carta per fare un concorso pubblico. E allora? Servono a formarci una conoscenza critica, con cui interpretare i messaggi che, ogni giorno, ci sono propinati dai media.

Questa coscienza è lunga a formarsi e, sinceramente, quando avevo quindici anni, credevo di averla già sufficientemente strutturata. Come tutti i giovani, nonostante la mia convinzione, ho, però, commesso errori che mi hanno ferito e fatto comprendere come ci fosse ancora da lavorare, dovendo, a questo punto, ripartire da qualche gradino più basso e con i muscoli doloranti per la caduta.

Altri ragazzi sono stati più sfortunati, forse perché accecati da più tracotanza o resi più spavaldi da maggiori fragilità, spinti dall’idea di avere meno da perdere; per questo hanno saltato più in alto e l’urto è stato letale.

Probabilmente alcuni di noi nascono con la predisposizione a sfidare la sorte, spinti dalla curiosità di conoscere l’ignoto e, talora, dall’irrequietezza del noto. Ovviamente se nessuno avesse mai osato, Newton non avrebbe mai avuto l’intuizione della mela che cade e Colombo non sarebbe mai ruzzolato nel nuovo continente.

Alla specie, al gene egoista, serve qualcuno che si tuffi dalle rocce di Acapulco e all’individuo? Forse, in qualche modo, siamo pedine del nostro genoma.

La storia ci riporta le avventure delle persone cui è andata bene a fronte di tanti ignoti che, nel fare il salto più lungo della gamba, sono inciampati perché il mare era pieno non solo di pesci arcobaleno ma anche di squali, e le isole di cannibali.

E quando siamo stati feriti dagli squali cosa è successo? Ognuno di noi avrà avuto un momento difficile della propria vita, in cui si è sentito triste e ha trasformato questo suo malessere in aggressività verso gli altri e l’ambiente circostante.

In queste fasi della vita è esperienza comune trovare conforto in chi sta vivendo situazioni simili: similes cum similibus congregantur, come dicevano i giganti che ci sorreggono sulle spalle. Ed eccoci ad ascoltare un determinato tipo di canzone o a vedere un certo genere di film in linea con il nostro umore. Risultato? Che ogni giorno ci affossiamo di più dentro il nostro tormento e ci sembra più difficile venirne fuori. Parallelamente ci diventano sempre più pedanti quei benpensanti che ci ripetono, fino alla noia, come dovremmo comportarci in queste situazioni, loro che hanno sempre la soluzione in tasca pronta all’uso. Infatti, apparentemente, le soluzioni ai problemi degli altri si vendono  a buon mercato in piazza: “ duecento grammi signora, che faccio lascio?”

“Nessuno può capire il nostro dolore, la nostra inquietudine; o forse qualcuno c’è, ma non lo conosco, magari su internet potrei….Potrei provare a cercare qualcuno che davvero mi capisca perché qui mi sento solo”. Eccoci, così, avviati in una spirale degna delle peggiori geometrie di Euclide in cui, nuovamente, avere troppi strumenti a disposizione diventa controproducente.

Che cosa può fare, quindi, un genitore apprensivo che si rispetti? Negarli? Eh no, cari miei. Quando il sasso inizia a rotolare deve arrivare a valle prima di fermarsi e togliere strumenti non è mai una soluzione; semmai occorre istruirsi e istruire a utilizzarli in modo corretto.

Viviamo in una società che c’induce a credere che sia bravo chi impiega poco tempo e produce tanto in modo da ottenere tutto e subito.

Tuttavia, cercare una cosa su Wikipedia non significa averla imparata, sennò a quest’ora dovrebbero fare una svendita di lauree ad honorem. Sebbene Cristina Parodi affermi che si può cucinare velocemente e bene, per fare un buon ragù occorrerà sempre del tempo. Perciò cari genitori lettori, la verità è che anche per svolgere il ruolo del genitore non bastano quindici minuti la sera a tavola. Servono ore, giorni, mesi e anni a parlare con i propri figli, chiedendogli dal più banale “ Com’è andata a scuola?” al più ricercato “Cosa ti fa soffrire?”. Il buon quindicenne, il figlio, d’altro canto reagirà sbattendo la porta e sbraitando, oppure si chiuderà in un mutismo acinetico. Servono discorsi per intasare la testa dei ragazzi con formati di soluzioni, cui poter attingere quando si ritroveranno nella medesima situazione e che, col tempo, modificheranno fino a trasformarli nei propri formati.

Serve il Didò per costruire pupazzi. Occorre sempre una materia prima da vedere, copiare, distruggere e infine rifare a modo proprio.

Quando non l’abbiamo, forse ci sentiamo liberi a volte, ma anche vuoti e atterriti dal non avere punti di riferimento.

Pertanto io vedo una soluzione positiva per il futuro dei giovani ed è curiosità, dedizione e voglia di mettersi in gioco, anche saltando e talvolta cadendo, ma pronti ad ammettere l’errore e a non incolpare altri per la storta alla caviglia.

Per i genitori la soluzione è: amore, pazienza, istruzione e tanta fatica che sarà ben ricompensata.

MATTIA:  20 ANNI

“Il popolo non ha la capacità di conoscere. D’altra parte, come potrebbe averla dal momento che non è stato istruito?”

Così scrisse Erodoto nel lontanissimo IV secolo a. C, quando, ne “La storia politica e militare”, per bocca di  Megabizio, nel confrontare le forme di governo, fece una critica della struttura democratica.

Il contesto era completamente differente, ma il concetto, oltre ad essere più che mai attuale, è perfettamente coerente con il messaggio di questo libro: la necessità d’informare.

L’utilizzo di Internet e dei cosiddetti “mass media”, ormai elementi  base della nostra società, hanno portato a ottenere delle informazioni in modo più semplice e immediato. Tuttavia, la mancanza di filtri di informazione nella rete e la presenza sempre più grande di “fake news” diventano un serio problema se l’utente non dispone della capacità di verificarne la validità. Se a questo si accompagna la strumentalizzazione delle informazioni da parte dei poteri mediatici, non credo di esagerare affermando che una mente non preparata può venire prepotentemente trasferita in una realtà diversa da quella in cui vive.

Proprio questa è la realtà  in cui il giovane viene condotto quando l’incessante simbologia occulta è accostata ad un concetto quasi paradossale di “normalità”, tramite la sua  presenza  nella moda, nella musica, nei videogiochi…

Non credo, personalmente, che lo sviluppo tecnologico vada respinto in quanto tale; spesso vedo del bigottismo quando si dice che non bisogna a prescindere approcciarsi a certi strumenti in cui la simbologia occulta è più che mai presente e quando vengono colpevolizzati i ragazzi se giocano  giochi violenti o ascoltano musica che non trasmette messaggi positivi.

Tuttavia, mentre critico personalmente la proibizione, sono dell’idea che, in un contesto in cui la realtà virtuale, con i suoi personaggi, i suoi mondi alternativi e le sue fantasie, è sempre meno distinguibile da quella reale (al punto che spesso nelle nostre menti tende a confondersi con essa), un controllo genitoriale sui ragazzini, non in grado di difendersi, debba essere obbligatoriamente presente. 

DAVIDE : 18 ANNI

La vita di un figlio ha tre passaggi: infanzia, adolescenza e fase adulta. Ognuna ha le sue caratteristiche comportamentali.

Il bambino agisce d’istinto, per il puro scopo di divertirsi. In questa fase il ruolo del genitore è fondamentale per controllare che il divertimento del proprio figlio non coinvolga negativamente qualcun altro, nel qual caso è d’obbligo l’imposizione di regole.

L’adolescente è formato solo in parte, ossia nella sfera “personale”: si delinea una personalità che non sa ancora bene relazionarsi con la società; tuttavia, in questo periodo, il desiderio d’indipendenza è molto forte, convinti oramai di essere adulti. Il risultato è il rifiuto delle regole imposte dai genitori, con l’unico obiettivo di sentirsi autonomi, liberi.

La fase adulta, ormai, vede un figlio educato sia nel carattere sia nel comportamento, anche grazie all’esperienza acquisita; è, pertanto, in grado di stabilire cosa sia corretto e cosa no, ha compreso il valore del rispetto e sa riconoscere e dare ragione a chi ne è più saggio.

Per molti genitori viene spontaneo dire che la fase più difficile è l’infanzia: ciò accade perché il bambino non è mai visto come responsabile delle proprie azioni, mentre l’adolescente sì: “Ormai è grande, per cui se sbaglia è colpa sua”. Per non parlare dei nonni: “Io alla tua età aravo i campi” e frasi del genere.

Ognuno ha ragione a modo suo: il nonno arava i campi, i genitori erano più responsabili. Ma oggi è il 2018 e non trent’anni fa. Il mondo è cambiato, ed è invaso dal web, dai social networks.

Il ragazzo, o la ragazza si scontra con la realtà del mondo sempre più precocemente, quando ancora è in grado di stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, agisce d’istinto, per ribellione o, peggio ancora, per divertimento. Nessuno fumerebbe una sigaretta pensando che sia una cosa giusta, nessuno starebbe tutto il giorno da solo a guardare video pensando sia un bene, nessuno andrebbe a ubriacarsi in un pub pensando sia la cosa migliore da fare. E allora perché succede ciò? Per divertimento, curiosità, ma soprattutto  perché si è individuato il proprio “leader” in chi basa la propria vita su queste cose.

Tutti quanti hanno avuto bisogno di un modello da emulare in fase di crescita, nessuno si educa da solo e il miglior leader per un adolescente è il proprio genitore, perché è l’unica persona che gli insegnerà la giusta strada da intraprendere per il suo bene. Questo alcuni l’hanno capito, ma pochissimi sanno fare la cosa giusta.

Leader non vuol dire amico: il genitore è il genitore, l’amico è l’amico, non mischiate le cose; leader non vuol dire dittatore; bisogna lasciare il dovuto spazio al proprio figlio, altrimenti la stima diventa paura, e appena c’è la possibilità di andare contro le regole, sarà fatto. Leader vuol dire fonte d’ispirazione.

Il problema odierno è questo: chiedete a vostro figlio, bambino o adolescente, chi sono i suoi “idoli”. Vi anticipo un paio di categorie possibili:

  1. Uno youtuber
  2. Un trapper

Se una di queste due risposte sono vere, o comunque in parte rispecchiano una fonte di educazione di vostro figlio, sappiate ciò: lo youtuber fa del gaming (videogiochi) la propria vita, spesso non ha nemmeno un diploma, fa degli insulti o del “rage quitting” il proprio intrattenimento (rabbia, parolacce, bestemmie), e porta i giovani a vivere una vita statica.

Il trapper fa della marijuana la propria vita, va male a scuola, o spesso la abbandona per lavorare, fa del “dissing” (frasi mirate a offendere), della violenza e della ribellione il proprio intrattenimento.

A voi le conclusioni.


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