LA MANIPOLAZIONE DEI GIOVANI: IL CULTO LUCIFERINO E ALEISTER CROWLEY

Già negli anni venti figure eminenti come Walter Lippmann, Edward Bernays, avevano evidenziato l’importanza delle tecniche di propaganda per ottenere consensi e per controllare le masse.

Bernays fu uno dei primi a commercializzare metodi per impiegare il subconscio al fine di manipolare l’opinione pubblica: “Il Paese deve essere diretto da cittadini responsabili, da un’avanguardia e gli altri stiano buoni. Occorre quindi controllare ciò che pensano, irrigimentarli come soldati“.

Noam Chomsky, linguista, filosofo, teorico della comunicazione, afferma che “il ruolo degli intellettuali, da millenni oramai, consiste nel far in modo che la gente sia passiva, ubbidiente, ignorante e programmata”.

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Nel libro “Due ore di lucidità” Chomsky scrive che “quando le società si democraticizzano e la coercizione smette di essere uno strumento di controllo e di emarginazione…le élite si rivolgono naturalmente alla propaganda.

Le grandi aziende di pubbliche relazioni, pubblicità, arti grafiche, cinema, televisione…hanno innanzitutto la funzione di controllare le menti. Devono creare bisogni artificiali e far sì che le persone si dedichino a soddisfarli, ognuna per conto suo, isolata dalle altre”.

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E’ la strategia concepita con cura dal centro di potere composto dagli uomini più ricchi e potenti del pianeta, il NWO (Nuovo Ordine Mondiale): la diffusione della “filosofia della futilità” come definita da Chomsky, in cui l’attenzione della gente è catturata dalle cose futili, dai consumi dettati dalla moda, dimenticando in tal modo concetti pericolosi come la compassione, la solidarietà, i valori umani.

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Il trionfo del liberalismo, come definito da Alain De Benoist, “l’ideologia che mette la libertà al servizio del solo individuo”: libertà di possedere (di avere e non di essere), di agire unicamente secondo il suo proprio tornaconto, oltre e anche contro ogni forma di interesse collettivo e di bene comune. E allora in questo modello sociale ci si può drogare fino alla morte, sballarsi con ogni mezzo fina dalla tenera età, vivere la sessualità come strumento di piacere, privato di ogni componente affettiva e in cui la scelta del partner non si rifà a schemi prestabiliti, affittare l’utero e addirittura ambire alla gestazione maschile.  Promuovere la pedofilia, il cannibalismo fino a normalizzarli.

La morale in questa realtà non è contemplata perché ostacola la realizzazione dei desideri individuali.

Un modello sociale che si sposa bene con quello proposto da Aleister Crowley, occultista e ispiratore del satanismo razionalista, nella sua opera principale “Il Libro della Legge” in cui proclama l’avvento del Nuovo Eone, l’Eone di Horus: “Fai ciò che vuoi sarà la tua legge. Non vi è altra legge oltre Fai ciò che vuoi”.

Principi portati avanti dall’OTO, l’Ordine del Tempio d’Oriente, o Ordine dei Templari Orientali, un corpo iniziatico internazionale di uomini e donne, il cui scopo è insegnare e promuovere le dottrine e le pratiche del sistema filosofico e religioso dell’occultista e conosciute come Thelema (“Volontà” in greco):

“Dovrebbe essere chiaro da quanto detto sopra che la Legge di Thelema “Fai ciò che vuoi” debba essere una logica regola di condotta per chiunque accetti quanto premesso sopra, poiché la Volontà ultima di ogni essere cosciente deve essere di aumentare la sua esperienza generale tanto da comprendere e conoscere se stesso, cosa che egli può fare solo studiando e comprendendo l’intero universo. Il fatto che questo compito sia infinito non è di detrimento al processo, ma rende tutto più interessante. È la via del tao. La definitività̀ stuferebbe…Aver pietà per un’altra persona implica che tu sei superiore a lui, e non riesci a riconoscere il suo diritto assoluto ad esistere per come è. Ti dichiari superiore a lui, un concetto profondamente opposto all’etica di Thelema”.

Ma se nel satanismo razionalista è l’uomo il centro dell’universo nel culto luciferino, sposato dal NWO, Lucifero simboleggia i poteri cognitivi dell’uomo, l’incarnazione della scienza e della ragione, la via per ottenere successo e potere attraverso riti e offerte.

Il suo obiettivo consiste nella dissoluzione di tutte le religioni oggi esistenti, per realizzare una nuova religione dell’umanità: quella luciferina dell’Uomo, che non avrà freni, né senso del limite, ma sarà tutto proteso alla soddisfazione degli istinti, delle passioni, all’espansione illimitata del piacere e del potere personale.

I principali strumenti di diffusione della nuova religione satanica sono oltre che figure intellettuali, i cantanti, le star dello spettacolo, gli idoli di Hollywood, che sono in grado di esercitare la massima presa su di un pubblico sempre più superficiale, omologato e manipolabile.

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La barbie trans con il pisello

L’opera dei militanti è già iniziata da tempo e ora galoppa a vista d’occhio, con i risultati che sono ben evidenti agli occhi di tutti noi.

SNAPCHAT DISMORPHIA

Una moda che imperversa tra i giovani e l’utilizzo dei “filtri ritocco” nei selfie da postare nei diversi social.

Il fenomeno ha dato luogo alla “Snapchat dismorphia”, espressione coniata dal dott. Tijion Esho, un medico cosmetico.

Di cosa si tratta? È l’ossessione dell’utilizzo del “filtro bellezza” dei social, come Snapchat o Instagram, per ritoccare la propria immagine, facendola apparire dall’aspetto più giovanile grazie alla pelle più levigata e senza rughe, o con connotati del corpo modificati: occhi più grandi o labbra più carnose, glutei più tonici, seno più prosperoso o addominali più scolpiti.

Facetune è  tra le più scaricate; in poche mosse permette di sbiancare i denti, ridurre la silhouette, aggiustare la linea del viso e molto ancora se a pagamento.

In questa patologia dalla modifica virtuale si passa a quella reale, tramite il ricorso della chirurgia plastica, a causa del desiderio di apparire meglio nei selfie così come nelle foto modificate.

Un  studio  effettuato dal Telefono Azzurro Onlus,che ha coinvolto millecinquecento giovani di età compresa tra gli undici e diciannove anni su tutto il territorio italiano, evidenzia  quanto gli adolescenti siano preoccupati della loro immagine e aspetto fisico:

il 44% delle ragazze non si piace e il 42% dei maschi vorrebbe essere più muscoloso; il 49%, ammette di aver ridotto drasticamente il cibo, proprio per via dell’aspetto estetico che non corrisponde ai canoni sociali e quasi il 60% si butta sul cibo con atteggiamento bulimico, per colmare un vuoto emotivo.

Negli ultimi anni il ricorso alla chirurgia estetica ha coinvolto sempre di più i giovani, dai tredici anni, a causa di disagi psicologici legati alla propria immagine o di tipo alimentare, che si cercano di risolvere con il bisturi. Ciò può innescare un meccanismo di dipendenza nei confronti della chirurgia estetica, con il proseguire d’interventi sempre più importanti e di conseguenza pericolosi.

Spesso i ragazzi, nella corsa al ritocco, sono assecondati, se non addirittura incoraggiati, dai propri genitori.

Secondo i dati dell’Isaps, la Società internazionale di chirurgia plastica estetica, l’Italia è salita al quarto posto della classifica fra i Paesi con maggior numero di ritocchi o operazioni chirurgiche mentre le statiche più recenti sui selfie, elaborate da una ricerca del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), rilevano che l’Italia è al secondo posto nella classifica dei Paesi in cui si fanno più autoritratti digitali per poi condividerli su Instagram.

In una ricerca condotta dalla ‘Società italiana di medicina estetica’, nel 2015, con l’università ‘Magna Grecia’ di Catanzaro, è stato analizzato un campione di oltre duemila ragazzi fra i 13 e i 18 anni: il 17,7% di loro era disponibile a un ritocco estetico, il 15,8% delle ragazze e il 3,3% dei ragazzi avevano già usufruito della medicina estetica o della chirurgia plastica per curare alcuni difetti.  

Al primo posto fra gli interventi più richiesti c’è quello dell’aumento del seno.

Sono aumentati anche gli interventi di ringiovanimento vaginale, richiesti da ragazze tra i diciotto e i vent’anni, che vogliono l’aspetto delle piccole e grandi labbra in linea con i canoni che dominano su internet o fra le amiche.

Nei maschi le operazioni più diffuse sono la ginecomastia e il trapianto di capelli.

La richiesta di rinoplastica è, invece, calata anche grazie allo sviluppo di tecniche meno invasive come l’utilizzo di rinofiller che correggono il naso, temporaneamente e in maniera ambulatoriale, senza anestesia e con rischi inferiori rispetto a quelli di un intervento.

Anche la liposuzione è stata sostituita dall’impiego di apparecchiature come laser e radiofrequenza, che migliorano il tono muscolare e riducono le adiposità, in maniera più semplice e meno traumatica.

Una vera e propria impennata l’ha avuta invece la tossina botulinica che permette di distendere le rughe su fronte e contorno occhi. A richiederla sono sopratutto le ragazze under 30.  

Ciò che emerge da questi dati riportati è come è diventato sempre più difficile da parte dei giovani accettare il proprio corpo, con i suoi pregi e difetti, anche per colpa di canoni estetici, apparentemente perfetti, che riscuotono enorme successo sia nei mass-media che su social come Instagram. La ricerca continua di consensi porta, nell’età dei selfie, a valutare costantemente il proprio viso e  corpo.

La bellezza di una persona è anche legata alle imperfezioni che la rendono particolare e non uniformata, proprio ciò che in questa patologia si vuole eliminare: un’asimmetria del volto, un’irregolarità della dentatura, del naso  o altro:
“L’assenza di difetti nella bellezza è di per sé un difetto”.
(Henry Havelock Ellis)

Il comportamento e la personalità hanno un ruolo considerevole nel spostare l’ago della bilancia a favore della bellezza di una persona che non può e non  deve essere giudicata unicamente dalle foto postate.

Quale deve essere il ruolo del genitore?

E’ giusto che un genitore si comporti da amico con il proprio figlio?

Per Paolo Crepet no. Secondo lui, infatti, le attuali problematiche dei giovani derivano per la maggior parte da genitori che hanno preferito il ruolo dell’amicone: ” Quando il buonismo educativo è così pregnante, non va bene. Noi non abbiamo più figli, ma piccoli Budda a cui noi siamo devoti, per cui possono fare tutto. Scelgono dove andare a mangiare, in quale parco giochi. Siamo diventati genitori che dicono sempre di si. Ma questo è sbagliato. Quando diventeranno grandi ci sarà qualcuno che gli dirà di no. Magari alla prima frustrazione amorosa. Magari al primo lavoro. I genitori vanno al primo incontro di lavoro del figlio di 26 anni. Poi c’è gente che non manda i figli all’Erasmus perché fa freddo. Sono un disastro questi genitori. Non possiamo generalizzare, ma in molti casi è così”


“Coraggio è far rispettare il proprio ruolo, mantenersi a distanza aprendo al dialogo. Insomma, abbiamo bisogno di genitori sicuri, che non siano amici dei propri figli ma padri e madri autorevoli ed inflessibili”.
Paolo Crepet

Agli inizi del 2018 ho pubblicato il libro Anime Fragili, ed.Edito; nei diversi paragrafi dedicati alla musica, ai giochi, al cinema, ai fumetti, alla moda e a internet, ho riportato quali messaggi si nascondono dietro a una facciata apparentemente innocente. Lo scopo era di aprire gli occhi agli educatori e in particolare ai genitori su una realtà che se non si conosce non si può combattere.

Nelle conclusioni ho chiesto a ragazzi di età e quindi di generazione diversa di esprimere il loro parere su quanto scritto, che penso sia utile far conoscere anche a chi non ha avuto modo di leggerlo.

STEFANIA: 29 ANNI

Fin dall’antichità le mamme nascondevano i propri figli al riparo dentro le caverne e accendevano i fuochi, sia per allontanare le fiere sia per rendere meno buia l’oscurità.

Che cosa succede, però, se i nemici si celano proprio nei meandri nascosti della caverna? E’ ciò che succede nelle famiglie di oggigiorno. Forse anche all’epoca occorreva rendere domestica la caverna, stanando ragni e serpenti, ma come difendersi quando questi possono entrare indisturbati, perché non osservati? Fuor di metafora, per quanto cerchiamo di tutelare noi stessi e soprattutto i nostri figli dal “male”, i mezzi con cui questo s’insinua sono diventati sempre più subdoli.

La disponibilità d’internet ha indiscutibilmente dato la possibilità di avere il mondo nella propria stanza, a portata di un click, nella sua interezza, nel suo lato illuminato dai raggi del sole e in quello avvolto dalle tenebre.

Una volta i genitori potevano tutelare i propri figli suggerendo posti in cui era meglio non andare, compagnie da evitare, comportamenti da non assumere; quando le strade diventano siti navigabili segretamente, gli amici conversazioni cancellabili o protette da password e i comportamenti frasi oscurabili, il mestiere di genitore diventa un misto tra uno psicanalista junghiano e un agente segreto al servizio di sua maestà.

Se anche facessimo buon uso dello strumento che ci è fornito, la possibilità di avere a disposizione tutta la conoscenza in un’età in cui non si è ancora costruito un filtro con cui interpretarla, senza un mentore che ci aiuti a rinsaldare le nozioni mattoncino su mattoncino, può essere controproducente.

La mia non è una tirata pro-oscurantismo, anzi; ma le scuole e tanti anni passati sui libri, con professori noiosi che ci ripetono concetti noiosi, serviranno pure a qualcosa?La risposta è no, non ad avere un pezzo di carta per fare un concorso pubblico. E allora? Servono a formarci una conoscenza critica, con cui interpretare i messaggi che, ogni giorno, ci sono propinati dai media.

Questa coscienza è lunga a formarsi e, sinceramente, quando avevo quindici anni, credevo di averla già sufficientemente strutturata. Come tutti i giovani, nonostante la mia convinzione, ho, però, commesso errori che mi hanno ferito e fatto comprendere come ci fosse ancora da lavorare, dovendo, a questo punto, ripartire da qualche gradino più basso e con i muscoli doloranti per la caduta.

Altri ragazzi sono stati più sfortunati, forse perché accecati da più tracotanza o resi più spavaldi da maggiori fragilità, spinti dall’idea di avere meno da perdere; per questo hanno saltato più in alto e l’urto è stato letale.

Probabilmente alcuni di noi nascono con la predisposizione a sfidare la sorte, spinti dalla curiosità di conoscere l’ignoto e, talora, dall’irrequietezza del noto. Ovviamente se nessuno avesse mai osato, Newton non avrebbe mai avuto l’intuizione della mela che cade e Colombo non sarebbe mai ruzzolato nel nuovo continente.

Alla specie, al gene egoista, serve qualcuno che si tuffi dalle rocce di Acapulco e all’individuo? Forse, in qualche modo, siamo pedine del nostro genoma.

La storia ci riporta le avventure delle persone cui è andata bene a fronte di tanti ignoti che, nel fare il salto più lungo della gamba, sono inciampati perché il mare era pieno non solo di pesci arcobaleno ma anche di squali, e le isole di cannibali.

E quando siamo stati feriti dagli squali cosa è successo? Ognuno di noi avrà avuto un momento difficile della propria vita, in cui si è sentito triste e ha trasformato questo suo malessere in aggressività verso gli altri e l’ambiente circostante.

In queste fasi della vita è esperienza comune trovare conforto in chi sta vivendo situazioni simili: similes cum similibus congregantur, come dicevano i giganti che ci sorreggono sulle spalle. Ed eccoci ad ascoltare un determinato tipo di canzone o a vedere un certo genere di film in linea con il nostro umore. Risultato? Che ogni giorno ci affossiamo di più dentro il nostro tormento e ci sembra più difficile venirne fuori. Parallelamente ci diventano sempre più pedanti quei benpensanti che ci ripetono, fino alla noia, come dovremmo comportarci in queste situazioni, loro che hanno sempre la soluzione in tasca pronta all’uso. Infatti, apparentemente, le soluzioni ai problemi degli altri si vendono  a buon mercato in piazza: “ duecento grammi signora, che faccio lascio?”

“Nessuno può capire il nostro dolore, la nostra inquietudine; o forse qualcuno c’è, ma non lo conosco, magari su internet potrei….Potrei provare a cercare qualcuno che davvero mi capisca perché qui mi sento solo”. Eccoci, così, avviati in una spirale degna delle peggiori geometrie di Euclide in cui, nuovamente, avere troppi strumenti a disposizione diventa controproducente.

Che cosa può fare, quindi, un genitore apprensivo che si rispetti? Negarli? Eh no, cari miei. Quando il sasso inizia a rotolare deve arrivare a valle prima di fermarsi e togliere strumenti non è mai una soluzione; semmai occorre istruirsi e istruire a utilizzarli in modo corretto.

Viviamo in una società che c’induce a credere che sia bravo chi impiega poco tempo e produce tanto in modo da ottenere tutto e subito.

Tuttavia, cercare una cosa su Wikipedia non significa averla imparata, sennò a quest’ora dovrebbero fare una svendita di lauree ad honorem. Sebbene Cristina Parodi affermi che si può cucinare velocemente e bene, per fare un buon ragù occorrerà sempre del tempo. Perciò cari genitori lettori, la verità è che anche per svolgere il ruolo del genitore non bastano quindici minuti la sera a tavola. Servono ore, giorni, mesi e anni a parlare con i propri figli, chiedendogli dal più banale “ Com’è andata a scuola?” al più ricercato “Cosa ti fa soffrire?”. Il buon quindicenne, il figlio, d’altro canto reagirà sbattendo la porta e sbraitando, oppure si chiuderà in un mutismo acinetico. Servono discorsi per intasare la testa dei ragazzi con formati di soluzioni, cui poter attingere quando si ritroveranno nella medesima situazione e che, col tempo, modificheranno fino a trasformarli nei propri formati.

Serve il Didò per costruire pupazzi. Occorre sempre una materia prima da vedere, copiare, distruggere e infine rifare a modo proprio.

Quando non l’abbiamo, forse ci sentiamo liberi a volte, ma anche vuoti e atterriti dal non avere punti di riferimento.

Pertanto io vedo una soluzione positiva per il futuro dei giovani ed è curiosità, dedizione e voglia di mettersi in gioco, anche saltando e talvolta cadendo, ma pronti ad ammettere l’errore e a non incolpare altri per la storta alla caviglia.

Per i genitori la soluzione è: amore, pazienza, istruzione e tanta fatica che sarà ben ricompensata.

MATTIA:  20 ANNI

“Il popolo non ha la capacità di conoscere. D’altra parte, come potrebbe averla dal momento che non è stato istruito?”

Così scrisse Erodoto nel lontanissimo IV secolo a. C, quando, ne “La storia politica e militare”, per bocca di  Megabizio, nel confrontare le forme di governo, fece una critica della struttura democratica.

Il contesto era completamente differente, ma il concetto, oltre ad essere più che mai attuale, è perfettamente coerente con il messaggio di questo libro: la necessità d’informare.

L’utilizzo di Internet e dei cosiddetti “mass media”, ormai elementi  base della nostra società, hanno portato a ottenere delle informazioni in modo più semplice e immediato. Tuttavia, la mancanza di filtri di informazione nella rete e la presenza sempre più grande di “fake news” diventano un serio problema se l’utente non dispone della capacità di verificarne la validità. Se a questo si accompagna la strumentalizzazione delle informazioni da parte dei poteri mediatici, non credo di esagerare affermando che una mente non preparata può venire prepotentemente trasferita in una realtà diversa da quella in cui vive.

Proprio questa è la realtà  in cui il giovane viene condotto quando l’incessante simbologia occulta è accostata ad un concetto quasi paradossale di “normalità”, tramite la sua  presenza  nella moda, nella musica, nei videogiochi…

Non credo, personalmente, che lo sviluppo tecnologico vada respinto in quanto tale; spesso vedo del bigottismo quando si dice che non bisogna a prescindere approcciarsi a certi strumenti in cui la simbologia occulta è più che mai presente e quando vengono colpevolizzati i ragazzi se giocano  giochi violenti o ascoltano musica che non trasmette messaggi positivi.

Tuttavia, mentre critico personalmente la proibizione, sono dell’idea che, in un contesto in cui la realtà virtuale, con i suoi personaggi, i suoi mondi alternativi e le sue fantasie, è sempre meno distinguibile da quella reale (al punto che spesso nelle nostre menti tende a confondersi con essa), un controllo genitoriale sui ragazzini, non in grado di difendersi, debba essere obbligatoriamente presente. 

DAVIDE : 18 ANNI

La vita di un figlio ha tre passaggi: infanzia, adolescenza e fase adulta. Ognuna ha le sue caratteristiche comportamentali.

Il bambino agisce d’istinto, per il puro scopo di divertirsi. In questa fase il ruolo del genitore è fondamentale per controllare che il divertimento del proprio figlio non coinvolga negativamente qualcun altro, nel qual caso è d’obbligo l’imposizione di regole.

L’adolescente è formato solo in parte, ossia nella sfera “personale”: si delinea una personalità che non sa ancora bene relazionarsi con la società; tuttavia, in questo periodo, il desiderio d’indipendenza è molto forte, convinti oramai di essere adulti. Il risultato è il rifiuto delle regole imposte dai genitori, con l’unico obiettivo di sentirsi autonomi, liberi.

La fase adulta, ormai, vede un figlio educato sia nel carattere sia nel comportamento, anche grazie all’esperienza acquisita; è, pertanto, in grado di stabilire cosa sia corretto e cosa no, ha compreso il valore del rispetto e sa riconoscere e dare ragione a chi ne è più saggio.

Per molti genitori viene spontaneo dire che la fase più difficile è l’infanzia: ciò accade perché il bambino non è mai visto come responsabile delle proprie azioni, mentre l’adolescente sì: “Ormai è grande, per cui se sbaglia è colpa sua”. Per non parlare dei nonni: “Io alla tua età aravo i campi” e frasi del genere.

Ognuno ha ragione a modo suo: il nonno arava i campi, i genitori erano più responsabili. Ma oggi è il 2018 e non trent’anni fa. Il mondo è cambiato, ed è invaso dal web, dai social networks.

Il ragazzo, o la ragazza si scontra con la realtà del mondo sempre più precocemente, quando ancora è in grado di stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, agisce d’istinto, per ribellione o, peggio ancora, per divertimento. Nessuno fumerebbe una sigaretta pensando che sia una cosa giusta, nessuno starebbe tutto il giorno da solo a guardare video pensando sia un bene, nessuno andrebbe a ubriacarsi in un pub pensando sia la cosa migliore da fare. E allora perché succede ciò? Per divertimento, curiosità, ma soprattutto  perché si è individuato il proprio “leader” in chi basa la propria vita su queste cose.

Tutti quanti hanno avuto bisogno di un modello da emulare in fase di crescita, nessuno si educa da solo e il miglior leader per un adolescente è il proprio genitore, perché è l’unica persona che gli insegnerà la giusta strada da intraprendere per il suo bene. Questo alcuni l’hanno capito, ma pochissimi sanno fare la cosa giusta.

Leader non vuol dire amico: il genitore è il genitore, l’amico è l’amico, non mischiate le cose; leader non vuol dire dittatore; bisogna lasciare il dovuto spazio al proprio figlio, altrimenti la stima diventa paura, e appena c’è la possibilità di andare contro le regole, sarà fatto. Leader vuol dire fonte d’ispirazione.

Il problema odierno è questo: chiedete a vostro figlio, bambino o adolescente, chi sono i suoi “idoli”. Vi anticipo un paio di categorie possibili:

  1. Uno youtuber
  2. Un trapper

Se una di queste due risposte sono vere, o comunque in parte rispecchiano una fonte di educazione di vostro figlio, sappiate ciò: lo youtuber fa del gaming (videogiochi) la propria vita, spesso non ha nemmeno un diploma, fa degli insulti o del “rage quitting” il proprio intrattenimento (rabbia, parolacce, bestemmie), e porta i giovani a vivere una vita statica.

Il trapper fa della marijuana la propria vita, va male a scuola, o spesso la abbandona per lavorare, fa del “dissing” (frasi mirate a offendere), della violenza e della ribellione il proprio intrattenimento.

A voi le conclusioni.


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LA TRAPpola di ANASTASIO: SALVATORE DALLA TRAP O PROFETA DELL’HIKIKOMORI

Oggi è uscito il video ufficiale del brano “La fine del mondo” di Anastasio, finalista dell’edizione di X Factor 12, da molti ritenuto colui che può salvare la musica italiana dal fenomeno della “trap” che ha dominato gli ultimi anni. Ventimila visualizzazioni del video in solo due ore.

Che cosa racconta nella sua canzone? La depressione del protagonista, che con rabbia afferma che l’unica speranza per salvare se stesso e il mondo è l’apocalisse. Una rivoluzione autodistruttiva, silenziosa, in cui l’apatia e l’indifferenza, anche per la cura della propria persona, sono totalizzanti.

Il mondo fa schifo e il ragazzo non è pronto a vivere in questa realtà per cui decide di non combattere una battaglia che a suo parere è persa in partenza. La sua soluzione è immergersi nel nulla accettando la sua debolezza.

“Non mi rompete il ca**o con sta fretta di
decidersi lasciatemi non fatemi alzare dal letto
Scendetemi di dosso con sta fretta di
decidersi voi, voi non fatemi alzare dal letto

Non mi alzerò mai,
da questo letto sfatto e zozzo
Che mi tira giù sul fondo
ed è profondo come un pozzo
Mi ripeto alzati, almeno muoviti
Ma ste lenzuola sono come sabbie mobili

E non ho manco sonno ma se mi alzo
torno affrontare il mondo
E sono tempi bui
Il gioco lo conosco a fondo
Sono debole e lui cambia regole a suo
Piacimento e vince sempre lui
E vince sempre lui

Ed accidenti dovrei darci dentro ancora
In contro mano a fari spenti sfioro
centoventi all’ora
Ma il mondo mi ignora ancora
Non lo vedo più
Non tira un filo di vento non sento
Manco l’aria sulla faccia mentre cado giù
Ma io non voglio far finta di niente
Se in giro vedo solo ed unicamente facce spente
Io…io sogno un mondo che finisca degnamente
Che esploda
non che si spenga lentamente

Io sogno i led e i riflettori alla Cappella
Sistina sogno un impianto con bassi pazzeschi
Sogno una folla che salta all’unisono fino
a spaccare i marmi fino a crepare gli affreschi
Sogno il giudizio universale sgretolarsi e
Cadere in coriandoli sopra una folla
danzante di vandali li vedo al rallenty
Miliardi di vite mentre guido il meteorite
Sto puntando lì

Le critiche sono molto favorevoli. Eppure, personalmente, la lettura del testo della canzone mi ha trasmesso estrema inquietudine. Si dà una valenza positiva a un messaggio patologico.

L’atteggiamento del protagonista corrisponde, infatti, a quello tipico dell’Hikikomori, una patologia in cui l’apatia, ossia una forte mancanza motivazionale generalizzata e l’isolamento sono visti come una soluzione per porre rimedio al proprio disagio, che nel tempo rischia di diventare una trappola mortale. Un vuoto motivazionale, una perdita di senso, che colpisce le nuove generazioni, al punto che di questa patologia, secondo un sondaggio dell’Università Cattolica del 2017, sarebbero affetti 2 milioni in tutta la Penisola.

Gli adulti e in particolare i giudici di gara di X Factor contribuiscono in questo modo al dilagare di una forma di fuga patologica dalla realtà, frutto di un’estrema fragilità di queste nuove generazioni.

Il messaggio che si dovrebbe inviare attraverso la musica è esattamente l’opposto: la forza per combattere il demone risiede solo dentro se stessi e, ognuno, attraverso un comportamento contro corrente, può cambiare il marcio di questo mondo. Non scappando o annientandosi con le droghe, con l’alcol ma dimostrando che esistono stili di vita e valori in cui credere, in cui la dignità siede al primo posto in una scala gerarchica e non accetta compromessi.