VIETATO “VIETATO FUMARE”

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A seguito di un ricorso presentato ad ottobre, la Corte di Cassazione il 19 dicembre ha emesso una sentenza che stabilisce che:

“Non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica. Attività di coltivazione che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore.”

 Ciò è avvenuto nonostante i dati presenti nella relazione annuale sullo stato delle varie dipendenze in Italia nell’anno 2018, diffuso dal Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio, accolta nell’indifferenza totale da parte del mondo della comunicazione e del governo. Del resto i risultati dimostrano l’insuccesso delle politiche preventive e d’informazioni attuali.

In sintesi la diffusione delle sostanze stupefacenti ha raggiunto un terzo della popolazione giovanile; a ciò si associa l’insuccesso della prevenzione, correlata al grado di consapevolezza e l’inesistenza del recupero.

Nella relazione emerge quanto segue:

Un terzo degli studenti italiani – il 33,6%, corrispondente a 870.000 ragazzi circa – ha utilizzato almeno una sostanza drogante durante la propria vita; un quarto – il 25,6%, corrispondente a 660.000 studenti – ne ha fatto uso nel 2018.

I derivati della cannabis – marijuana e hashish, oltre alle piante – sono lo stupefacente maggiormente diffuso: interessano il 58% delle operazioni antidroga, il 96% del totale dei quantitativi sequestrati, l’80% delle segnalazioni ai sensi dell’art. 75 DPR n. 309/1990 (la detenzione che non costituisce illecito penale bensì solo amministrativo), il 48% delle denunce all’autorità giudiziaria.

Il consumo di cannabis è definibile “rischioso” per un giovane consumatore su quattro: circa 150.000 studenti tra i 15 e i 19 anni sono risultati positivi al CAST-Cannabis Abuse Screening Test, che per le quantità e le modalità di utilizzo della sostanza renderebbero necessario un sostegno clinico per affrontare gli effetti del consumo.

L’utenza dei servizi per le tossicodipendenze in trattamento per uso primario di cannabis rappresenta l’11% del totale, e i ricoveri ospedalieri da imputare a questa sostanza sono il 5%, di quelli direttamente droga-correlati. La causa della mancata corrispondenza fra uso e trattamento è, tra le altre cose, conseguente al fatto che il 78% degli studenti assuntori di derivati della cannabis sono all’oscuro degli effetti che le sostanze avrebbero avuto, a fronte di un media di principio attivo – il THC – riscontrata in esse pari al 12 % per la marijuana e al 17% per l’hashish.

I ricoveri ospedalieri direttamente droga-correlati nel 2017 (ultimo dato disponibile) sono stati 7.452, con un aumento del 14% rispetto all’anno precedente. Il 52,4% dei ricoveri sono stati attribuiti all’utilizzo di sostanze miste o non identificate: il 21,1% ad oppioidi, il 20% a cocaina, il 5,4% a cannabinoidi, lo 1,1% ad amfetamine e allucinogeni. Indicano, inoltre, un incremento di circa il 12% delle violazioni contestate per guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti: 5.289 contro le 4.742 nel 2016. A esso corrisponde la crescita rispetto agli anni precedenti delle rilevazioni dei Carabinieri relative agli incidenti stradali con lesioni a persone con almeno un conducente sotto l’effetto di sostanze psicoattive: sono stati 1.048 (pari al 3,2% del totale degli incidenti rilevati) ed hanno provocato 1.893 feriti e 40 vittime. Sono numeri sottostimati: il secondo perché tiene conto solo del lavoro dell’Arma, il primo perché non considera i rilievi operati dalle Polizie locali.

Nel 2018 i decessi direttamente attribuibili all’uso di sostanze stupefacenti sono stati 334, con un aumento di quasi il 12,8% rispetto all’anno precedente.

Nella Relazione il totale dell’assistenza socio-sanitaria ammonta per le tossicodipendenze complessivamente a 1.810.433.498 euro: il 79,4% riguarda i servizi pubblici per le dipendenze, il 16% le comunità terapeutiche, il 4,6% è assorbito dall’assistenza ospedaliera. Restano fuori voci significative, in primis i danni da incidenti stradali.

In merito alla sentenza, la Comunità di San Patrignano ha riferito in una nota: “Esprimiamo la nostra più viva preoccupazioneper le eventuali conseguenze che, da questa decisione, si potrebbero riverberare negativamente sul nostro sistema sociale”. Aver reso, infatti, lecita la possibilità di coltivare la sostanza stupefacente in un ambiente domestico “inciderà negativamente sull’educazione dei minori che cresceranno, sempre di più, nella convinzione che l’utilizzo di cannabis sia innocuo e socialmente condiviso nello strisciante e progressivo percorso verso la legalizzazione che da anni è ormai in corso nel nostro Paese”.    

Dello stesso parere è lo scienziato, fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, Silvio Garattini che in un’intervista afferma quanto segue: “Penso sia molto grave. Non possiamo nemmeno più parlare di tolleranza ma di vero e proprio scarico di responsabilità. Da parte della società dovrebbe esserci uno sforzo enorme per evitare che i giovani cadano nella schiavitù della droga e invece accade esattamente il contrario”.

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In relazione al messaggio inviato ai giovani e alla percentuale THC contenuta continua così: “Tremendamente sbagliato. Di fronte a ragazzi che si drogano e si riempiono di alcol non possiamo dire che la cannabis si può coltivare in balcone, come fosse basilico, per uso personale.

Non ci sono soglie tollerabili e non tollerabili. La differenza la fa anche il numero di canne che si fumano nell’arco della giornata, magari una in fila all’altra, non solo la percentuale di THC, che tra l’altro nella sentenza non è nemmeno specificata. Non c’era bisogno di aprire negozi che vendessero prodotti a base di marijuana, non abbiamo fatto altro che alimentare un certo tipo di cultura. Realizzare i cannabis shop ha dato l’impressione che questa sostanza potesse essere assimilata a un alimento.

Il cervello dei ragazzi si evolve fino ai 16-18 anni. Se un giovane fuma, avrà problemi di memoria, di concentrazione, di apprendimento. Farà fatica a prendere delle decisioni, come se fosse sotto una sorta di sedazione. Ci sono studi che dicono che, dopo quindici anni, si sviluppino più facilmente malattie psichiche. Penso sia molto importante mantenere fra i giovani l’idea che la cannabis sia una droga e possa dare effetti molto importanti anche a distanza di tempo se si assume in fase giovanile.

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Le droghe light aprono la porta all’uso di altri tipi di droghe più pesanti. Se alziamo la soglia della tollerabilità e prendiamo certe decisioni con leggerezza, non ci rendiamo contro che facilitiamo questo processo.

Analizzando i campioni di acqua prelevati, ci siamo resi conto che l’utilizzo di droghe è raddoppiato. Sia per quanto riguarda la cannabis, sia per quanto riguarda la cocaina, poiché rispetto a un tempo costa molto meno e quindi risulta più accessibile ai giovani. E in una fase come questa, dove l’allarme droga è alto in tutte le scuole, che facciamo? Consentiamo l’uso personale della cannabis”.

Spesso quando scrivo articoli sulle droghe leggere l’obiezione classica è che la legalizzazione combatte il mercato illegale.

Ascoltiamo cosa ha da dire sull’argomento il Procuratore Nicola Gratteri, impegnato in prima linea contro la ‘ndrangheta, sotto scorta dall’aprile del 1989, attualmente procuratore aggiunto a Reggio Calabria e a cui va il merito di aver coordinato e realizzato un recente blitz che ha permesso l’emissione di misure cautelari nei confronti di 330 persone, tra presunti boss di ’ndrangheta, affiliati, politici e professionisti.

Alla domanda se è favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere risponde che:

  1. Dal punto di vista scientifico non esiste più la differenza tra droghe pesanti e leggere perché quelle attuali hanno un THC che ha un effetto stupefacente 4 volte superiore rispetto al passato, in quanto la pianta di marijuana viene modificata geneticamente, per resistere agli agenti atmosferici.
  2. La legalizzazione non allontana i giovani dalla criminalità organizzata perché questo disegno di legge afferma che la marijuana può essere venduta in farmacia con un certificato medico che attesti la sua tossicodipendenza; è noto che la droga in questione si consuma nelle scuole medie e pertanto questo disegno non tutela i ragazzi dai dieci ai diciassette anni che continuerebbero pertanto a rivolgersi al mercato nero.
  3. Molti affermano che se si legalizzano le droghe leggere lo Stato incasserà dalle tasse sulla vendita 4 miliardi e mezzo di euro l’anno, stesso ragionamento che è stato effettuato per le slot machine, dalle quali lo Stato ha previsto di incassare 2 miliardi e mezzo.

Oggi tuttavia non si calcolano i costi sanitari conseguenti alla ludopatia che coinvolge i ragazzini e i pensionati. Quest’ultimi spesso bruciano nel gioco d’azzardo la pensione entro la prima settimana del mese, portandoli ad assumere un comportamento analogo a quello dei tossicodipendenti. Quindi è stupido dire che è un motivo per fare cassa.

Inoltre:

  1. Secondo lo studio di chi è favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere un grammo in farmacia costerà 12 euro circa. Ma se al mercato nero costa 4 o 5 euro al grammo perché la gente dovrebbe comprarla in farmacia a un costo pari al doppio, tenuto conto che attualmente la gente va a fare benzina al self service per risparmiare?
  2. L’uso sistematico della marijuana porta alla diminuzione dello spessore della corteccia cerebrale dove risiede la memoria e determina un incremento della slatentizzazione della schizofrenia, degli incidenti stradali e un aumento di violenza secondo studi fatti dal Colorado. Quindi chiunque viene a parlare di questa realtà prima si documenti.

Concludo riportando i dati ISTAT relativi all’uso di alcol, nonostante esista una legge che vieta gli alcolici fino a 18 anni e sia legalizzata.

Nel 2018 il 66,8% della popolazione di 11 anni e più ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’anno, percentuale in aumento rispetto al 65,4% del 2017.

Secondo il dottor Gianni Testino, presidente della società italiana di alcologia, “fino a 25 anni qualsiasi consumo settimanale di alcol è dannoso e va a impattare sulla salute dei giovani nel futuro. L’etanolo che è nella birra, nel vino e nei superalcolici è tossico e può dare dipendenza. Il fegato che deve eliminare l’etanolo è immaturo fino a circa vent’anni e qualsiasi dosaggio rimane nell’organismo per un periodo di tempo molto superiore rispetto a un adulto e ha tutto il tempo per danneggiarlo dal punto di vista fisico. Dal punto di vista psichico, visto che la maturazione del cervello è fra i 20 i 25 anni, bere al di sotto di questa età predispone alla dipendenza dall’alcol.

Non esiste un livello soglia di sicurezza. Il mondo degli adulti dovrebbe fare di tutto affinché i ragazzi evitassero di bere alcol. I nostri corsi si rivolgono ai bambini già dalla quinta elementare proprio perché imparino loro a dire a no e a capire che diventare grandi significa dire no al fumo, all’alcol e alle sostanze stupefacenti. Bisogna renderli forti con l’informazione”.

I dati riportati in questo articolo dimostrano chiaramente la carenza di informazione, di prevenzione e di controllo del nostro Stato verso l’uso e abuso di sostanze da parte dei giovani, sempre di più avviati verso uno stile di vita dedito allo sballo.

Ciò andrà ad incidere necessariamente sui costi sociali e sanitari, come spiegato correttamente dal Procuratore Nicola Gratteri, ma cosa ancora più grave è l’indifferenza e la superficialità con cui si affrontano questi argomenti nel mondo adulto.

L’uso farmacologico della cannabis deve avvenire in ambito ospedaliero e non deve essere una giustificazione a terapie fai da te, a cui siamo sempre più abituati o all’utilizzo incondizionato delle droghe leggere.

Il risultato della politica attuata fino ad ora ce l’abbiamo davanti agli occhi, guardando i nostri ragazzi. Fin dove ci vogliamo spingere? Ma soprattutto che futuro vogliamo per i nostri ragazzi?

Le droghe devono essere combattute tutte, indiscriminatamente. Non esiste una dipendenza di serie A o di serie B, esiste LA DIPENDENZA e le sue conseguenze.

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Questa sentenza ci fa capire quanto teniamo ai nostri giovani.

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